La società americana produttrice di alluminio, Alcoa, ha inaugurato la serie delle pubblicazioni trimestrali, mostrando risultati più negativi delle attese. Il quarto trimestre del 2011 è stato archiviato con una perdita di 193 milioni di dollari, contro un utile netto dello stesso periodo del 2010, pari a 258 milioni.
La perdita sarebbe di 18 centesimi per azione, ma tenuto conto dei costi di ristrutturazione scenderebbe a 3 centesimi, comunque, superiore al consensus degli analisti di 2 centesimi.
In termini di fatturato, tuttavia, si è avuta una crescita del 6% su base annua, di 5,99 miliardi, contro i 5,65 miliardi del quarto trimestre del 2010 e un consensus di 5,74 miliardi. Tuttavia, rispetto al terzo trimestre, il dato registra un calo del 7%, dal precedente 6,4 miliardi.
Sempre per restare ai dati trimestrali, l’Ebitda corretto è stato di 445 milioni.
Complessivamente, il 2011 ha esitato ricavi per 25 miliardi, in forte crescita dai 21 miliardi del 2010. Ne hanno beneficiato anche gli utili, in crescita dai 254 milioni del 2010 ai 611 milioni dell’esercizio appena trascorso. Ciò ha portato l’Eps, l’utile per azione, da 0,24 centesimi a 0,55 centesimi.
Tuttavia, lo scenario resta fosco, a causa di una previsione di crescita debole a livello mondiale. Nel solo quarto trimestre del 2011, il prezzo dell’alluminio ha risentito negativamente dello scenario di crisi, crollando dell’11%. Ciò ha indotto la società a tagliare la produzione del 12%, pari a 531 mila tonnellate.
Per questo, oltre all’annuncio della scorsa settimana della chiusura di due linee produttive a Rockdale, in Texas e nel Tennessee, anche tre stabilimenti europei dovrebbero essere chiusi temporaneamente o per sempre. Si tratta degli spagnoli La Coruna e Aviles, così come della fonderia di Portovesme, in Sardegna.
In quest’ultimo stabilimento si contano 500 dipendenti, a cui si aggiungerebbero altri 500 posti di lavoro persi nell’indotto.
Il presidente di Alcoa, Chris Ayers, ha affermato che sarebbero gli alti costi di produzione nell’isola a rendere la produzione non conveniente. In particolare, si teme che la UE non consenta il rinnovo degli aiuti pubblici, in scadenza fino al 2012, che prevedono un abbattimento del costo energetico.
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